(FERPRESS) – Roma, 11 MAG – Biglietti Metrebus troppo grandi e con troppi spazi sprecati. Macchinette timbratrici per i ticket troppo complicate nel funzionamento e piene di funzioni inutili. Informazioni sovrabbondanti, ripetitive ed inutili nei tabelloni su bus e metropolitane.
Una “spending review” nel trasporto pubblico locale non dovrebbe guardare solo alle grandi riforme e alle grandi ristrutturazioni pur indispensabili, ma su cui è più giusto si pronuncino i tecnici, gli operatori ed esperti del settore, i cui contributi speriamo la nuova iniziativa di dibattito di FerPress riesca a stimolare. L’osservazione dei piccoli grandi risparmi che si potrebbero realizzare nelle operazioni legate al trasporto pubblico nasce, invece, dalle esperienze di viaggio quotidiane, anche per dimostrare che ognuno può portare il suo contributo a questa opera di “revisione della spesa”, come dimostra l’invito alla partecipazione ai cittadini lanciato anche dal Governo.I biglietti Metrebus a Roma sono dei piccoli “lenzuoli” lunghi 8,5 cm e larghi 5 centimetri e mezzo: nella maggior parte delle città europee, i formati sono ridotti perlomeno di un terzo (a Parigi, non corrispondono neanche alla metà), ma questo può essere un problema minore. Nonostante le dimensioni, lo spreco di spazio con informazioni inutili è evidente: il biglietto ha due bande magnetiche (che non ne hanno impedito la falsificazione), una striscia che fortunatamente contiene della pubblicità e poi un incomprensibile spazio da riempire con l’indicazione del cognome (che può avere dimensioni da patronimico lituano o da aristocratico con triplo casato, potendo contare su ben venti spazi), del nome e della data di nascita. Una colpevole ignavia e negligenza burocratica ha dimenticato di lasciare lo spazio per la firma autenticata e per l’avvertenza che, per effettuare un viaggio di 75 minuti, bisogna salire sul bus muniti di una stilografica per “identificarsi”.
Sulla prima pagina del biglietto, altro spazio (che potrebbe essere destinato alla pubblicità o a un simbolo cittadino) è destinato ad informazioni che nessuno si sogna mai di leggere; sul retro, l’ampio spazio bianco è riempito da un codice a barre ripetuto però anche a lettere (because?), dall’indicazione di un numero di partita Iva (di cui, oltre a spiegare la ragione, piacerebbe sapere a chi o cosa corrisponde) e altre indicazioni obiettivamente un po’ sovrabbondanti (a che serve la data di emissione?).
Ma il vero capolavoro è costituito dalle macchinette timbratici o “obliteratrici”, come recita il linguaggio burocratico. Si comincia con la lunghissima indicazione sul display, un capolavoro di accademia e pignoleria terminologica; “Prego convalidare il titolo di viaggio” è dizione rispettosa di canoni cortesi e allo stesso tempo severi, ma è anche un’indicazione sostanzialmente incomprensibile oltre che complicata: un semplice “inserire il biglietto” che lascia spazio anche alla traduzione in inglese sarebbe forse più funzionale. Ma, anche in questo caso, il problema principale non è qui, ma piuttosto nell’incredibile funzionamento delle macchinette, che “ingoiano” il biglietto per essere poi costrette ad espellerlo, impiegando nell’operazione un numero spropositato di secondi (oltre che di energia meccanica ed elettrica) rispetto ad una semplice punzonatura come in tutte le altre città del mondo. Per non parlare poi dell’incredibile spreco costituito dall’apparecchiatura in sé, che presenta una fila di ben dieci pulsanti numerati più due tasti con un più e un meno: inutile interrogarsi su che cosa servano, è facile immaginare che non sappiano rispondere neanche all’Atac. In realtà, sia la dimensione del biglietto che le caratteristiche delle “obliteratrici” dovrebbero essere la conseguenza di un mega fantascientifico appalto ad una società australiana che, all’epoca, avrebbe meritato davvero una autentica “spending review”. Il sistema avrebbe dovuto garantire una sorta di “grande fratello” del trasporto pubblico locale a Roma, con rilevazioni in tempo reale, elaborazioni di dati di frequentazione eccetera eccetera: tutto, ovviamente, diventato polvere tra contenziosi e malfunzionamenti, e di cui sono rimaste le inutili vestigia come le locomotive del sistema “Civis” di Bologna, altro salto (nel buio) nel futuro.
Infine, tra i piccoli grandi sprechi, perché non conteggiare l’eccesso o l’inutilità delle informazioni diffuse nei tabelloni o display sistemati in metropolitana o sui bus. L’elenco delle incongruità potrebbe essere lungo: si comincia con quell’indicazione “Banchina direzione Laurentina” dove il richiamo di quel termine “banchina” più che pleonastico, è incomprensibile per i “non addetti ai lavori”. Si continua con la ripetizione ossessiva di messaggi dal forte contenuto pedagogico (“Agevolare l’uscita dei passeggeri”, “Non superare la linea gialla”, “Vietato fumare”), ma addirittura irritanti per chi cerca informazioni su orari o prossimo arrivo dei convogli (distribuiti con il contagocce e solo dopo ampio lavorio del “cervellone”, con indicazioni in codice – “Arr. 2’ “-, forse non a caso ripetuti dall’altoparlante, ma rigorosamente in italiano).
Sugli autobus, la situazione è addirittura più esilarante. Sui mezzi dotati di computer-display, non ce n’è uno che – se funziona – contiene la stessa “striscia” informativa. Ecco quindi che qualcuno contiene la pubblicità di manifestazioni spesso già trascorse da qualche mese, di improbabili istituti o, addirittura, l’istruttiva (ma ossessiva se ripetuta all’infinito) diffusione dell’oroscopo, con impegnative prescrizioni per i segni zodiacali non si sa quanto aggiornate. Su alcuni display, compaiono delle strisce che riportano le ultime notizie di agenzia, rigorosamente selezionate con una miscellanea che alterna gli ultimi avvenimenti di rilievo con le ultime novità del “gossip” (niente di meglio per catturare l’attenzione del popolo gaudente in viaggio) e su altri ancora compaiono le indicazioni (perlomeno utili) riguardanti l’andamento del viaggio, anche se in un formato stranamente “non europeo” e fin troppo ricco di dettagli non essenziali.
In generale, tutto il problema delle informazioni agli utenti su bus e metropolitane meriterebbe una trattazione ben più articolata. E’ altrettanto ovvio che, in tempi di drammatica crisi di risorse da destinare al semplice funzionamento del sistema del trasporto locale, è difficile ipotizzare che le aziende possano intervenire a cambiare il sistema dei biglietti o delle macchinette timbratrici o dedicare maggiore attenzione ai contenuti delle informazioni da diffondere al pubblico (oltretutto, la prima preoccupazione dovrebbe essere di garantire la funzionalità delle apparecchiature, che spesso sono spente o non funzionanti). Ma l’obiettivo di una “spending review” non si consuma certo dalla sera alla mattina: e si può sempre sperare che non siano solo gli utenti quotidiani e i normali viaggiatori ad accorgersi di incongruenze e disfunzionalità.
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